Maestri di riferimento

Eric Baret

Yoga del Kashmir e tradizione non duale.

Una ricerca che nasce dall’incontro con Jean Klein e si approfondisce nell’ascolto del corpo e del respiro.

Il percorso

Alla fine degli anni Sessanta Eric Baret incontra Jean Klein, il cui insegnamento orienta la sua ricerca verso la tradizione non duale dello Yoga del Kashmir. Nel corso dei soggiorni in India incontra anche Ma Ananda Mayi e Nisargadatta Maharaj. Il suo lavoro si sviluppa attraverso incontri e seminari in Europa, negli Stati Uniti e in Canada, dedicati all’esplorazione sensibile della pratica.

Un insegnamento fondato sull’ascolto

Il corpo non viene affrontato come un oggetto da correggere o da portare verso una prestazione. La pratica invita a riconoscere le tensioni, esplorare la sensibilità e lasciare che posture e respiro diventino occasioni di presenza, senza forzature. Questo orientamento trova spazio nello Yoga del Kashmir proposto dal Centro. Scopri la pagina Yoga

Articoli e Letture

Sentire che nulla manca

Come rendere sensibile e libera la struttura corporea

Il respiro, ultima porta prima del silenzio

YOGA TANTRICO, Asana e Pranayama del Kashmir.
Edizioni Mediterranee, Roma 2009

Lo shivaismo tantrico del Kashmir propone uno straordinario approccio attraverso il corpo e il respiro.
Tutto è trasparenza, leggerezza, libertà. Gli asana e il pranayama, esplorati in una vacuità concreta, ritrovano la loro creatività originaria. La forza di questa visione si rivela senza limiti e irradia tutti gli aspetti dell’esistenza.
Da un nuovo approccio alla bellezza, alla sensualità, dall’alimentazione, all’esplorazione del corpo sottile, viene svelata per la prima volta in un libro l’essenza di un’arte che per molto tempo è stata diffusa soltanto attraverso l’insegnamento orale.

L’UNICO DESIDERIO. Nella nudità dei tantra.
Edizioni La parola, Roma, 2010

Questo libro vanta una prefazione particolarmente interessante:redatta nientemeno che da PierreFeuga, francese, notissimo scrittore, studioso appassionatoe ed egli stesso impegnato nell’esplorazione del tantrismo: difficile non imbattersi nei suoi libri se ci si interessa a questa nobile tradizione.
A questa autorevole voce, che così bene ha riconosciuto e collocato Eric Baret, io posso soltantoaggiungere la mia testimonianza personale.L’impatto con Eric Baret è stato folgorante: nonostante le mie barriere, i miei pregiudizi e le mie chiusure, non ho potuto non percepire in questa figura seduta dinanzi a me una Presenza.
Ma prima che mi prendiate per una delle tante “invasate del guru”, vorrei dire che la Presenza che ho percepito in Eric Baret non è qualcosa di metafisico: essa è evocata dalla totale assenza dei segni che solitamente indicano chi è convinto o si atteggia a maestro, non essendo nemmeno mai stato veramente allievo: catturare l’attenzione, l’approvazione, affascinare, legare a sé… Quali segni? Se non ne avete fatto collezione personalmente (come me, che frequento da una trentina di anni il mondo dello yoga e che ho incontrato insegnanti veri e onesti e “maestri” con spesse fette di prosciutto sugli occhi, compreso anzi, soprattutto – il terzo, quello della cosiddetta visione interiore, ve ne indico uno: alladomanda, che prima o poi arriva, sulla relazione maestro-allievo, risponderà in modo tale da lasciarvi capire che lui (o lei) sa perfettamente come gestirla e come condurvi… E qui casca l’asino. Sì bello, se ti prendi per un maestro, sei perfino più presuntuoso e fuori asse di me che mi prendo per un allievo.
Con Eric ho respirato aria pura, nessun maestro, nessun allievo, ma una presenza rischiarante, alleggerente, piena di humour, e al tempo stesso rigorosa e inamovibile, come la sua umiltà che traspare in ogni momento: ed è significativo vedere come persone che sono abituate ai segni esteriori della finta umiltà prendono per indifferenza i suoi occhi chiusi (vi sta solo ascoltando intensamente) o per arroganza il suo sguardo penetrante (quando si ha la fortuna di coglierlo): è lo sguardo di un vero guerriero, che non vede avversari o avversità, ma esseri e avvenimenti, sempre in sé perché sempre aperto a tutti e a tutto. Eric Baret è un vero Innamorato della vita: questo Amore non ha niente a che vedere con quello romantico che dura finchè la vita bella. È una Intensità, presente e totale come lo è una montagna: quello che cresce cresce, quello che frana frana, la montagna è sempre presente. È questa intensità che Eric incessantemente, instacabilmente ci trasmette.

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Sentire che nulla manca

Da L'unico desiderio - Nella nudità dei tantra di Eric Baret:
Se si sente una forma di agitazione, perché cercare di essere tranquilli? Se c'è una forma di agitazione, è perché c'è un progetto nella vita, perché c'è sempre una forma di attesa. Solo l'attesa può agitare. Non si può essere agitati nell'istante. Si è sempre agitate in funzione di un futuro. Rendersi conto di questo: sono agitato perché ho un progetto per il futuro, perché penso che sarebbe meglio che la tal cosa non accadesse, che la tal altra invece sì [...].
Allora, quando ho la fortuna di essere agitato, mi rendo conto che sono nella pretesa. Non si sono eccezioni. Parlo dell'agitazione mentale. L'agitazione nervosa - vale a dire se qualcuno vi pianta una lama di coltello nel braccio - è un'altra cosa. L'agitazione di cui parliamo ora è una agitazione che non ha una base di dolore fisiologico.
[...] Sentirsi senza progetto, ecco quel che si chiama meditazione.[...]

Come togliere l'agitazione?
Anzitutto smettendo di non volere essere agitati.
L'agitazione non vi agita. L'agitazione è una constatazione. Ciò che vi agita, è il non voler essere agitato. È questo che vi incolla all'agitazione. Siete agitati perché avete un progetto [...]. Altrimenti, siete tranquilli. Rendersi conto della propria pretesa, chiaramente, senza voler eliminare la pretesa. [...] Quando non ho la pretesa di essere tranquillo, quando sono disponibile all'agitazione, al desiderio, alla paura, alla pretesa, questi stati non costringono più. Detto altrimenti: voi sentite l'agitazione, ma non siete più agitati.
Un po' come durante il lavoro corporeo: posso sentire la tensione nel corpo, ma non sono teso. Sento la tensione nel mio ginocchio, nel mio bacino: non sono teso, la tensione è in me. [...]
Voi sentite l'agitazione, vi familiarizzate con la disponibilità all'agitazione. Vedrete che ad un certo momento sentirete l'agitazione e sarete totalmente tranquilli. Allora, l'agitazione si vuota. Una pietra cade sull'alluce, potete avere alcuni istanti intensi, ma non siete agitati; la sera, quando andrete a dormire, l'alluce continuerà a far male, ma tutto questo appare nella vostra disponibilità.
Per il fatto che non cercate più di non essere agitati, a poco a poco arriveranno dei momenti in cui non lo sarete, dei momenti senza oggetto. Non è una tranquillità che dipende da qualcosa, ma una tranquillità senza causa. Sentire che nulla manca. [...] È importante avere questi momenti senza mancanza, momenti in cui non fareste un metro per vedere il più grande saggio della terra, anche se fosse sul pianerottolo di fronte alla vostra porta. [...] Quando si lasciano vivere le emozioni, esse si riferiscono a ciò che sembra un'emozione primordiale, che abbiamo chiamato «tranquillità». [...] La tranquillità non è un oggetto di ricerca. Non si cerca niente. La vita si presenta d'istante in istante e si ascolta, si sente. La vita è una sensazione, non un pensiero. Allora si vive sempre più sensorialmente, si pensa molto poco. Quando un pensiero si presenta, si pensa, ma la vita è sentita. [...] Non c'è niente da sapere.
Quando si vive in un non-sapere, chiaramente, c'è disponibilità. [...] Non si sentono più problemi psicologici. C'è questa disponibilità... [...] Essere disponibile. Essere pronto. Non aspettarsi niente. Aspettarsi tutto. Presenza". (pp. 131-133, pp. 186-187).

"Le seul desir: dans le nudité des Tantra"
Capitolo 10 - Il respiro, ultima porta prima del silenzio
Trait d'Union - 2002 -di Eric Baret
Tradotto da Stefania Redini

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Come rendere sensibile e libera la struttura corporea

L'apprendimento della sensibilità consiste nel rendersi conto di quanto la sensazione è poco presente , e come il corpo viene generalmente pensato. Dare alla sensazione la libertà di esprimersi richiede di coltivare un ascolto non coinvolto, nel quale il corpo diventa un oggetto che si dispiega nella coscienza. Quando si lascia la sensazione oggetto-corpo libera da aspettative, la sensibilità del corpo si dispiega naturalmente poco a poco nel nostro ascolto senza nessuna impazienza. Si lascia che la sensazione chiamata corpo si dispieghi sempre più spesso in questo spazio. Solitamente le pri sensazioni che appaiono sono quelle di pesantezza, di densità. Questa sensazione delle tensioni superficiali passerà attraverso un certo numero di trasformazioni in cui gli strati più opachi, i più pesanti, si dissolvono progressivamente in spazi sempre più trasparenti. Tutta la sostanza corporea deve depositarsi nella percezione. Questo sprofondamento progressivo negli schemi corporei rivela già certe forme di liberazione dell'energia. Le articolazioni in cui si trovano tante resistenze, gli spazi intervertebrali, le mani, i piedi e il viso saranno i punti più sollecitati.

L'evocazione di immagini tattili, talvolta visive, sonore, uditive o gustative permetterà, a seconda del caso di approfondire questa prima fase di esplorazione.

Il fatto di esplorare l'asana con il corpo vacante, conservare questa vacuità durante il compimento e il ritorno si integreranno progressivamente. Si presentano le 5 grandi tappe seguenti:
- Entrare nella posizione, e nel momento in cui si verifica la minima sensazione di sostanza, di densità, fermare il movimento e tornare al punto di partenza: allora, la nuova contrazione si allenta. Ritrovare la vacuità evocata in precedenza e, con questa distensione chiara, impegnarsi di nuovo nel movimento. Questi sono i primi balbettii adatti a coloro che cominciano ad esplorare quest'arte: dunque, non non lasciate che si possa fissare una tensione provocata dalla presa della posizione.
- La seconda tappa consiste nell'affrontare nuovamente l'asana, seduti nella vacuità, fino a che si incontrano nuove resistenze. Fermarsi, sentire queste resistenze intimamente, senza la minima spinta a scioglierle. Ritornare poi in modo molto cosciente e durante il ritorno, prima di raggiungere il punto di partenza, assistere in maniera tattile al cedimento delle sovrapposizioni. Di nuovo nella vacuità, non c'è quindi più niente da sciogliere e si lasciano vivere alcune scintille del movimento energetico.
- Nella tappa successiva, sempre partendo dalla vacuità, entrare nell'asana e lasciare emergere le tensioni che si impongono. Non si deve più lasciare la posizione ma restare presenti alla tensione. Non si è tesi, ma è la tensione che appare in noi. Si deve lasciare ce la ricchezza sensoriale della tensione si dispieghi nella nostra accoglienza. Non c'è il minimo intento alla distensione. Capire che la tensione è un attività sostenuta dall'intenzione, non è un dato di fatto. Quando tutte le energie sono situate nell'ascolto senza intenzione, la tensione non è più alimentata. Naturalmente essa passerà da un dispiegamento tattile e sprofonderà nell'ascolto, nella distensione.
- In seguito, nella vacuità globale, appare il primo impulso della tensione non ancora manifestata esteriormente. Fermare allora il movimento, lasciare ogni disponibilità a questo dispiegamento di energia, che allora cesserà ancor prima di essere concretizzato in quanto tensione. La posizione si compie senza la alcun minima difesa.

Ancor più avanti la vacuità penetra la vacuità e l'estrema coscienza della tattilità ci porta a non fermare nemmeno più il movimento. Dal momento in cui appare la spinta verso la concretizzazione, accolta senza difesa, essa si estingue spontaneamente. Da quel momento la distensione della fase precedente la posizione si concretizza nella posizione come la condensazione di energia. Durante il ritorno questa condensazione scaturisce nel canale centrale per colpire i cervelli posteriori e riassorbire tutto quel che è limite.

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Il respiro, ultima porta prima del silenzio

"Se mi si domandasse di cosa è fatta la parola, risponderei, credo: di silenzio"
Jacques Lusseyran, Le monde commence aujourd'hui.

Può parlarci del respiro?

Su un certo piano, il respiro è il riflesso ultimo del silenzio, l'ultima porta prima del silenzio. Dapprima, si diventa coscienti del corpo, poi il corpo diventa il respiro. Quando il corpo diventa respiro, tutte le identificazioni, restrizioni e compensazioni smettono di essere sentite come ostacoli e il corpo si presenta come luce.
Il respiro si presenta sotto forma di ritmi. Questi ritmi si attualizzano nell'espiro, il riposo e l'inspiro. Nello yoga, secondo i momenti, si accentuano l'inspiro e l'espiro come mezzi di purificazione. L'espiro conduce all'eliminazione dei residui dei ricordi, di tutto ciò che crea un sentimento di separazione. L'inspiro stimola l'energia sottile, che si integra progressivamente nei differenti corpi.
Più tardi, l'inspiro e l'espiro perderanno la loro importanza, I momenti di riposo fra questi due movimenti diventeranno l'essenziale. La ritenzione dopo l'inspiro chiarifica il corpo, gli fa realizzare il suo potenziale magico. Il momento di riposo dopo l'espiro diventa coscientemente lo sfondo dei tre tempi respiratori. Poco a poco, questo momento dopo l'espiro sarà sperimentato come sempre presente durante l'inspiro, ritenzione ed espiro, che da lì si presenteranno come una sovrapposizione a questo silenzio. Questo momento dopo l'espiro è la porta più vicina al silenzio, e l'inspiro, la ritenzione e l'espiro diventano una frise che si dispiega e si riassorbe in questo silenzio. Essi non sono che silenzio.
L'approccio del respiro, anzitutto sul piano fisiologico, e poi nel suo aspetto di energia sottile, è considerato in India come l'arte regale. Nella pratica, prima o poi la respirazione scompare per diventare corrente di energia. Voi non respirate più: c'è un sentire. Voi sentite questa inspirazione, questa corrente di luce, come un albero di Natale che si illumina; nella ritenzione questa luce si espande ancora di più; nell'espirazione questa luce lentamente si riassorbe; e il riposo è una notte senza luna - unità senza separazione. Questa notte stessa fonderà. La luna piena della ritenzione diventerà ugualmente notte totale. Il silenzio parla a se stesso. Non c'è niente da comprendere. Si può parlare ben poco di questa arte, perché la sua sofisticazione è estrema e necessita di essere insegnata in maniera eminentemente pedagogica.
L'espirazione diventa una sacrificio. Il respiro è offerto al silenzio. Nell'inspirazione, il silenzio vi offre il respiro, la vita, Questo respiro non è più il vostro respiro, ma la vita stessa. E' il respiro cosmico. I tre mondi sono creati dall'inspiro; nella ritenzione, questo respiro cosmico irradia in tutte le direzioni; e di nuovo, all'espiro, questa creazione, con le sue innumerevoli possibilità, ritorna nel cuore del suo maestro e lì si dissolve.
Ecco l'aspetto sacro del respiro.
Vi sono numerose altre couches di quest'arte, ma sono tutte più o meno non formulabili. Questo riguarda lo yoga e non se ne può discutere se non in modo pratico, in una relazione privilegiata. Le ramificazioni dell'arte del respiro sono infinite.
Ogni aspetto della creazione è creato dal respiro. Un oggetto non è che respiro cristallizzato.
Diventando sensibile a questi movimenti di energia, si diventa disponibili ai movimenti della vita e della morte, alla vera essenza, alla vera firma degli oggetti e delle specie. Per capire che cos'è un coniglio, dovete diventate intimi col suo respiro. Quando sentite il respiro dell'albero, allora capite l'albero…La mavia non è che il presentimento del respiro e non può essere formulata. Come diceva una grande maestro di karatè: "Il karatè è fatto per combattere, non per discuterne".
La vita è creata dal respiro.
In India, un'immagine rappresenta la deità. Ma è chiaro che la statua non è la deità. Si deve far sì che la deità si incarni nella statua. Il prete respirerà nella statua per farvi discendere la vita. Vi proietta il suo respiro ed essa diventerà la deità…per un attimo. Allo stesso modo, la sensibilità del respiro può condurci a liberare una situazione o a curare una parte del corpo, o del mondo.
Evidentemente, l'arte del respiro di cui parliamo non è l'arte del respiro in senso fisiologico. Ciò che generalmente si definisce la respirazione non è che l'espressione più grossolana di quest'arte. E' il primo contatto dello studente con questa scoperta…e l'inizio di una nuova vita.
Nella sensibilità del respiro, si diventa ricettivi alle situazioni, all'ambiente. Quando, in un museo, vedete una statua che è stata guardata troppo a lungo come un oggetto e quando le infondete vita con l'arte del respiro, vedete la differenza. Potete sentire la statua craquer come una casa di legno quando accendete un fuoco nel camino. Qualcosa si risveglia. Il colore cambia, la vibrazione cambia, la forma cambia. Di nuovo, la vita si esprime. Non è un concetto.
E' la stessa cosa per una casa. Quando entrate in una casa colma di depressione, di restrizione, il vostro respiro può rischiararla, liberarla. Voi entrate e sentite la restrizione. E' un riflesso che si dispiega naturalmente, senza alcuna volontà: come tirare su un bimbo che è caduto.
Tutte le arti, la musica, la danza, le arti marziali, la costruzione dei templi, tutto si fonda sul presentimento del respiro. Anche il pensiero! Quando il respiro è purificato, il pensiero ugualmente si purifica. Quando il pensiero funziona in termini di divenire, di arrivare, di provare, la respirazione è sempre ristretta, agitata.
Quando un leone salta su una zebra, è il respiro che per primo si proietta, e il corpo segue, Talvolta si può vedere la zebra fermarsi, essere schiacciata, prima ancora che gli artigli la raggiungano. Allo stesso modo, quando si colpisce un essere umano, è l'energia che tocca prima del corpo.
Il respiro può uccidere, il respiro può danzare, creare la vita, la bellezza e l'arte. Il suono non è solamente un suono. Il suono non è che respiro. La pratica dei mantra è fatta per presentire la corrente del respiro.
L'espressione sul piano dei suoni e della vibrazione non è che un aspetto assai limitato dell'effetto del mantra. Il suo vero effetto è il presentimento della corrente del respiro. Quando recitate certe sillabe nella maniera giusta, con il ritmo giusto, questo ritmo diventa mantra e modifica il cervello. Questi suoni sono fatti di respiro, altrimenti il mantra sonoro non è che morto.
L'arte del respiro è l'arte dello yoga, l'arte dello yoga è l'arte del respiro. Darsi al sentire del respiro, come un danzatore, come un attore sulla scena, sentire il respiro, sentire lo spazio del respiro. Non esiste altro che il respiro.

È giusto dire che il respiro è ritmo?

Profondamente, il respiro non è ritmo. Il ritmo è una espressione del respiro.
La respirazione è ritmo: è il livello grossolano. Questo ritmo si semplifica, si raffina fino a diventare corrente di energia, poi silenzio. Il respiro è al di là del ritmo. E' il vero silenzio. E' il silenzio attualizzato come ritmo. L'espressione esteriore è : inspirazione, ritenzione, espirazione. Ma il riposo è lo sfondo immutabile.
Certo, se delle persone intelligente sentono questa risposta, vi troveranno una totale contraddizione: "il respiro non è ritmo", "il respiro è il silenzio attualizzato in ritmo". Ma la comprensione intuitiva di ciò di cui parliamo non è possibile che in una totale assenza di riflessione di comprensione mentali.

L'approccio al respiro può portarci al silenzio?

Niente può portare al silenzio. Ma, come abbiamo detto, il presentimento del respiro è l'espressione più vicina al silenzio, la prima espressione. Il respiro è all'origine delle specie. Ciò che fa che un coniglio sia un coniglio, è il suo respiro. Un coniglio non è che ritmo. Un corpo umano è fatto dal respiro. Tutte le specie sono una solidificazione delle infinite possibilità del respiro.
Allo stesso modo, lasciando che il respiro si dissolva nella tranquillità, si ritorna all'origine delle specie, e l'origine delle specie non è altro che silenzio. Ma non è un mezzo. E' una constatazione, una esperienza riservata ad uno spirito senza intenzione di fronte all'istante.
In un momento di stupore, non c'è più il respiro, la respirazione è sospesa, talvolta si arresta anche il ritmo del cuore. C'è unità. Di nuovo, il respiro sorge e si può dire che si abbandona lo stupore. Più avanti, è possibile rimanere nel silenzio in presenza dell'attività del respiro o del pensiero.
Pedagogicamente parlando, spesso c'è anzitutto questa tranquillità, questa assenza di pensiero, l'arresto del processo mentale, il sentire la tranquillità. Più tardi, si potranno sentire dei movimenti organici nei quali i movimenti del respiro, del pensiero, dell'emozione, sorgeranno direttamente dalla tranquillità
Si sente anzitutto la non-dualità dopo che la dualità si è riassorbita, ma, più tardi, la non -dualità irradia attraverso la dualità…Ma questo diventa troppo complesso. Non è qualcosa di cui discutere. Non deve diventare oggetto di riflessione.

Sarebbe appropriato dire che si passa dalla respirazione alla tranquillità e in seguito dalla tranquillità all'azione?

Per approcciare il respiro, dobbiamo diventare sensibili allo sfondo, al riposo dopo l'espirazione. La creazione sorge dal mescolarsi dei cinque elementi e dà luogo a tutti i principi del mondo fenomenico. Tutte le espressioni si riassorbiranno nella tranquillità durante l'espiro.
Secondo l'approccio kashmiro, si considerano tre aspetti della creazione. L'essenza (Para), che non è che tranquillità. È lo sfondo costante sul quale questi tre aspetti vanno e vengono senza mai toccarlo, come la proiezione di un'immagine sullo schermo. Da questa tranquillità nasce un primo impulso, come una scintilla, da se stessa verso se stessa. Questo primo fremito dell'energia, ancora totalmente umida dell'essenza delle cose, si frammenta, diventa sostanziale, sotto forma di presentimento di un concetto, di una nozione. Al terzo stadio, questa nozione diventa parola o pensiero. Così, quando il pensiero scompare, quando la parola scompare, c'è di nuovo tranquillità.
Le tre tappe (Pashyanti, Madhyama e Vaikhari) restano sempre fatti di silenzio; Para, la loro origine, è presente anche nella minima loro espressione. Pashyanti è la tranquillità vibrante del primo impulso creativo; Madhyama è questa tranquillità che si concretizza come presentimento pensato: e Vaikhari è il pensiero chiaro che si esprime tramite la parola.
Nella meditazione, ci diamo totalmente a questo sfondo (Para) e talvolta questo impulso (Pashyanti) sorge lungo la colonna vertebrale. Se si resta totalmente liberi da intenzione e da difesa, questa energia non arriva alla seconda tappa e si riassorbe nel retro della testa. In una meditazione intenzionale, Madhyama colpisce il cervello e crea un concetto. L'energia, anziché riassorbirsi a partire dal centro di purezza all'origine delle cose, colpisce il centro di comando.
Sebbene nella tradizione kashmira la creazione sia descritta attraverso trentasei principi, e nel Samkhya attraverso venticinque, in realtà non vi è alcuno stadio separato, ma una corrente di luce.
Il presentimento del respiro è ciò che più facilmente può farci approcciare lo sfondo, libero dalla sua colorazione proiettata. Parlando correttamente, non si può sentire la tranquillità, poiché essa non è un oggetto di esperienza. Noi siamo questa tranquillità.
Ma possiamo sentire, meravigliarci dell'atto della creazione. Il mondo fiorisce di bellezza. Questo sentimento ci porta a comprendere cosa è la vita, la civilizzazione e tutta la creazione.
Se si comprende chiaramente l'arte del respiro, c'è il presentimento di questa libertà. Non c'è più bisogno di piangere per i morti e gioire per le nascite. La gioia è ciò che è : la realtà. La tristezza è illusoria, non è che una chimera.